29/08/2016 - AUTORE:

«Comprendere il senso dell'inclusione per le persone con disabilità – scrive Giampiero Griffo – significa saper percorrere i nuovi sentieri della ricerca e delle competenze innovative». Un viaggio che ruotando attorno alla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, tenta di fotografare l'attuale fase del profondo e complesso cambiamento che dovrà portare alla reale inclusione nella società delle persone con disabilità, rispettandone le diversità anche grazie a una nuova scienza. Un percorso che sta già creando – tra l'altro – una serie di nuove professioni indirizzate proprio alle persone con disabilità

La scelta di promuovere l'inclusione delle persone con disabilità in tutti gli ambiti della vita sociale – che sta alla base delle norme contenute nella Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, recentemente diventata legge dello Stato italiano [Legge 18/09, N.d.R.] – ha una serie di conseguenze che spesso si ignorano, anche perché l'inclusione è un concetto diverso dall'inserimento e dall'integrazione.

Inserimento e integrazione
L'inserimento riconosce il diritto delle persone con disabilità ad avere un posto nella società, ma si limita ad inserirle – appunto – in luoghi spesso separati dalla società (un istituto o una classe speciale, ad esempio) oppure in una situazione passiva, senza ruolo sociale (dare un lavoro senza mansioni e responsabilità); la decisione su dove debbano vivere e come debbano essere trattate non viene presa dalle persone con disabilità o dalle loro famiglie – nel caso non possano rappresentarsi da sole – bensì da altri attori (medici, operatori di istituzioni pubbliche ecc.). L'inserimento, inoltre, è quasi sempre basato su un approccio caritativo e assistenziale.
Per quanto poi riguarda l'integrazione, essa garantisce il rispetto dei diritti all'interno dei luoghi ordinari, senza però modificare le regole e i princìpi di funzionamento della società e delle istituzioni che li accolgono. Vi è dietro a questa impostazione ancora una lettura basata sul modello medico della disabilità (tali persone sono ""malate"", ""invalide"", ""limitate"" e la disabilità viene considerata una condizione soggettiva causata dalle minorazioni; e anche: le persone con disabilità vanno tutelate sulla base di ""un intervento speciale"", come quello dell'insegnante di sostegno). Prevale insomma l'idea che le persone con disabilità siano ""speciali"" e vadano sostenute attraverso interventi prevalentemente tecnici. L'integrazione, quindi, non è un riconoscimento pieno di dignità e di legittimità, tant'è vero che si basa sulle risorse economiche disponibili e quindi è soggetto a parametri esterni al diritto. Se non ci sono i soldi, pazienza con i diritti!
L'inclusione, invece, è il concetto che prevale nei documenti internazionali più recenti e in base ad esso la persona con disabilità viene considerata cittadino a pieno titolo e quindi titolare di diritti come tutti gli altri. Viene per altro riconosciuto che la società si è organizzata in maniera tale da creare ostacoli, barriere e discriminazioni, che vanno rimosse e trasformate. La persone con disabilità, dunque, entra nella comunità con pieni poteri, ha il diritto di partecipare alle scelte su come la società si organizza, sulle sue regole e sui princìpi di funzionamento, i quali devono essere riscritti sulla base di tutti i membri della società. Insomma, le persone con disabilità non sono più ""ospiti nella società"", ma parte integrante della stessa.
Dietro a questo concetto vi è il modello sociale della disabilità, basato sul rispetto dei diritti umani, che sottolinea le responsabilità della società nel creare condizioni di disabilità. Quest'ultima, infatti, è  un rapporto sociale tra le caratteristiche delle persone e la maniera in cui la società stessa ne tiene conto. L'inclusione riconosce la diversità umana e la inserisce all'interno delle regole di funzionamento della società, nella produzione di beni e nell'organizzazione di servizi. Il diritto umano ad essere incluso non dipende infine dalle risorse disponibili, bensì dalla consapevolezza che tutti gli esseri umani hanno i medesimi diritti.

Gli esempi di Pablo e Oscar
Questo quadro culturale di cambiamento – che sarà lungo e complesso - richiede nuove capacità e competenze, per promuovere l'inclusione, da parte delle stesse associazioni di promozione e tutela. Non è un caso che a livello internazionale le strategie di azione del Forum Europeo sulla Disabilità (l'EDF – European Disability Forum) si stiano orientando su campi di azione nuovi.
Un esempio viene dal Progetto EuRADE (European Research Agendas for Disability Equality), finanziato dalla Commissione Europea e coordinato appunto dall'EDF in collaborazione con l'Università inglese di Leeds e quella olandese di Maastricht, volto a verificare il livello di partecipazione delle organizzazioni delle persone con disabilità nell'ambito della ricerca che le riguarda e di valutarne gli attuali contenuti rispetto agli obiettivi previsti dalla Convenzione ONU. Le prospettive future delle nostre società, infatti, sono determinate dai contenuti delle ricerche attuali e quelli tradizionali – concentrati solo sugli aspetti medici di prevenzione della disabilità e cura delle malattie – non bastano più.
Se la disabilità è «il risultato dell'interazione tra persone con menomazioni e barriere comportamentali ed ambientali, che impediscono la loro piena ed effettiva partecipazione alla società su base di uguaglianza con gli altri» (dal Preambolo alla Convenzione ONU), è evidente che si previene la disabilità soprattutto mettendo a disposizione soluzioni che rimuovano barriere e ostacoli, che favoriscano l'eguaglianza di opportunità e promuovano la non discriminazione.
Due esempi ben testimoniano questa nuova prospettiva. Pablo Pineda, spagnolo, si è laureato al Magistero come insegnante. Pablo è il primo laureato d'Europa che abbia la sindrome di Down [se ne legga in questo sito al testo intitolato Non sono più «l'eterno bambino», ora tocca a me insegnare!, disponibile cliccando qui, N.d.R.]. Il primo pensiero che ci viene in mente («ma come ha fatto?») è legittimo o è il frutto di un pregiudizio? In altre parole: quanti studenti con la sindrome di Down avrebbero potuto conseguire lo stesso risultato, se avessero avuto un ambiente scolastico inclusivo e appropriati strumenti educativi di sostegno? Pablo infatti dimostra che non vi è corrispondenza tra la minorazione intellettiva e la capacità di apprendimento e nelle sue interviste sottolinea che gli è stata offerta la possibilità di studiare, nulla di più...
L'altro esempio è quello di Oscar Pistorius, l'atleta sudafricano che corre con particolari protesi in carbonio ad ambedue le gambe. Anche in questo caso il paradosso colpisce. Chi avrebbe risposto qualche anno fa in modo positivo alla domanda: «Si può essere competitivo nella corsa con ambedue gli arti amputati?».
Pistorius mette in evidenza che la condizione di limitazione funzionale può essere superata attraverso appropriati ausilii. La domanda, quindi, nasconde un pregiudizio, che sempre e comunque sia impossibile superare le limitazioni funzionali del corpo. In realtà oggi diviene più ""disabile"" nel leggere e scrivere il bambino di un Paese povero che non va a scuola, rispetto al bambino cieco che legge e scrive attraverso un computer con l'ausilio di una sintesi vocale. La ricerca, quindi, diventa strategica per superare la disabilità ed è perciò importante orientarla a studiare e a sviluppare nuovi strumenti tecnici e culturali che sostengano l'inclusione delle persone con disabilità.
In tale prospettiva si aprono inoltre campi di applicazione di cui può beneficiare tutta la società: pensiamo al telecomando, strumento presente in tutte le case e applicato a vari elettrodomestici, che è stato realizzato sulla base di una ricerca che consentisse ad una persona tetraplegica di comandare a distanza i canali del televisore. La stessa e-mail – lo strumento comunicativo a distanza più diffuso al mondo – è nata da una ricerca per permettere a due persone sorde di comunicare a distanza.
EuRADE ha realizzato dunque un'indagine su quali ambiti di ricerca dovrebbero essere esplorati per consentire una piena inclusione delle persone con disabilità, tutti settori che l'EDF vorrebbe fossero finanziati dal prossimo Programma Quadro Europeo, il programma comunitario che finanzia le attività strategiche di ricerca per l'Europa.

FONTE: http://www.superando.it/2009/05/05/se-le-persone-con-disabilita-vengono-incluse-nella-societa/

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