Propongo un articolo a firma di Enrico Ferri pubblicato sul numero di novembre di Sicilia Libertaria.

Affronta in modo ampio e dettagliato la problematica della mancata sessualità per le persone con disabilità.

Vi invito a leggerlo.

Nele Vernuccio

 

Recentemente un compagno ha sollevato una questione che dovrebbe essere di stretta attualità, ma che invece è quasi del tutto ignorata. Mi riferisco al tema della sessualità in persone con forme di abilità parziale, con un deficit fisico che compromette in modo più o meno grave le loro potenzialità.

Per disabilità si intende una possibilità limitata di agire e in senso lato di vivere a causa di handicap fisici o psichici. Queste due forme di handicap possono combinarsi, ad esempio alcune malattie neurovegetative portano ad una progressiva perdita delle capacità motorie e di articolazione e al progressivo attenuarsi della memoria, della lucidità, della coscienza di sé. Quando si determinano queste condizioni, la perdita della coscienza e della lucidità, la sessualità ne risente in modo evidente in quanto, come suol dirsi, il principale organo sessuale e vettore degli stimoli sessuali è il cervello.

Una persona che abbia perso la coscienza o abbia una coscienza  di sé e del mondo che lo circonda assai limitata ed elementare, ovviamente non può avere stimoli sessuali particolarmente attivi, perché ne mancano o ne sono alterati i presupposti, cioè la coscienza di sé e degli altri.

Quando si parla di sessualità e disabilità, ci si riferisce in genere alla sessualità di persone che hanno deficit fisici che ne riducono l’operatività o che hanno bisogno di un ausilio esterno, umano o meccanico, per superare le difficoltà nell’agire. Essenzialmente per questo si usa l’espressione “diversamente abili”, come per dire “abili non nel modo ricorrente, ma con supporti che integrano una limitata capacità”.

Questo tipo di impostazione rinvia in modo quasi automatico alla nozione di “normalità” e all’idea che il dis-abile non lo sia da più punti di vista. Senza considerare che, per alcuni, gli stessi “normali”  dovrebbero essere esclusi dalla sessualità se troppo giovani o troppo anziani, qualora si trovino fuori dal matrimonio, qualora abbiano pulsioni verso persone dello stesso sesso e così via.   

La questione principale da chiarire, almeno a parer mio, è la seguente: cosa si deve intendere per disabilità?

Comunemente la disabilità è legata alla malattia, a traumi prodotti da incidenti di vario tipo che comportano la perdita più o meno estesa della mobilità o delle capacità di agire. Essa dipende innanzitutto dagli arti del corpo, come le gambe o le braccia, con la necessità di sostituire queste funzioni organiche con supporti meccanici e tecnologici. Le para-olimpiadi da poco svoltesi in Giappone hanno evidenziato questa realtà.

Questa visione della disabilità è assai riduttiva e mostra la mancanza di un’adeguata riflessione sulla natura e sulle dinamiche umane. La disabilità è parte integrante dell’uomo e della sua vita: è legata a molteplici fattori che dipendono dall’età troppo acerba o troppo matura, da deficit culturali, da condizioni sociali, dall’alimentazione, dalla malattia, dal caso, dagli incidenti, dagli accidenti esterni di vario tipo, dall’inesperienza e via dicendo. La disabilità non è una condizione eccezionale, ma presente in tutte le fasi della vita. Queste diverse forme di disabilità hanno da sempre condizionato la sessualità. Una persona povera, ad esempio, ha meno possibilità di azione, movimento o interazione, quindi di incontri, o semplicemente di comprare l’interessata compagnia di qualcuno. Lo stesso dicasi, anche se per motivi diversi, di un anziano. Ma nessuno trova da ridire se quest’ultimo ricorra a supporti farmacologici per migliorare le sue prestazioni sessuali. Gli esempi da farsi potrebbero essere diversi.

Perché un disabile che abbia perso una mano o un altro organo non deve essere aiutato ad avere una sua sessualità? La risposta potrebbe essere ovvia: “La sessualità è legata alla libera scelta ed alla volontarietà, non si può soddisfare creando rapporti artificiali tra le persone”.

 La sessualità è una dimensione che coinvolge quasi tutte le dimensioni dell’uomo: la mente, il corpo, la psiche, la sfera onirica, i vari sensi. A partire dalla tenerissima età infantile, fino alla vecchiaia più avanzata, non ci sono momenti della vita in cui la sessualità in varie forme non sia presente. Ad esempio, non ci sono età in cui un corpo attraente non generi curiosità, emozione, interesse, desiderio, attrazione. Confinare la sessualità al solo rapporto tra due persone, magari escludendo l’omosessualità o i rapporti non “aperti alla generazione”, significherebbe escludere pratiche sessuali diffuse in tutti i tempi e in tutte le culture, come la masturbazione ed il sesso orale. Favorire la sessualità delle persone che hanno forme di disabilità, non significa solo favorire le relazioni sessuali di queste con altri individui, ma assecondare le forme di sessualità che si possono soddisfare a prescindere dal contatto fisico. In seconda istanza, favorire forme di sessualità nel caso dei disabili, come in tutti gli altri, potrebbe significare agevolare relazioni sessuali in molte delle combinazioni che la fisica e la natura permettono. Siamo così giunti a quello che appare come un nodo intricato da sciogliere: “Se la persona disabile non ha una relazione affettiva e sessuale come può soddisfare le sue pulsioni erotiche?”. Come fanno tutti da qualche migliaio di anni, verrebbe da rispondere, ad esempio acquistando tali “servizi”. In seconda battuta, non si comprende perché una pratica legale come il meretricio dovrebbe essere ammessa e tollerata per tutti, ma proibita a quanti hanno una limitata abilità fisica. Semmai dovrebbe valere il principio opposto, dovrebbe essere tollerata solo per quanti non possono soddisfare in altro modo le loro pulsioni.

Nel caso della sessualità che interessi persone con abilità motoria e fisica ridotta, la questione è un po' più complessa, nel senso che andrebbe “risolta” con persone non tanto e non solo disponibili sul piano sessuale. Cosa relativamente semplice quest’ultima: un disabile benestante, ad esempio, non credo abbia particolari problemi in tal senso. Disabilità , però, spesso significa anche difficoltà materiali e psicologiche di relazionarsi. Non sempre si vive la propria disabilità come una condizione naturale, legata ai processi vitali o esistenziali, ma come una mancanza , un limite, come una “diversità” che compromette o inficia le nostre relazioni e la stessa autostima. La sfera sessuale, che coinvolge l’individuo nella sua complessità, esalta queste problematiche in persone che già nelle relazioni ordinarie hanno più difficoltà dei “normali”. Esse avrebbero pertanto bisogno non solo di sesso, ma anche di empatia, vicinanza emotiva, comprensione. Come? Credo che sollevare il problema, discuterne, ribadire il diritto alla sessualità per i disabili sia già un primo passo necessario.

     Enrico Ferri                                                                                    

www.ferrisstudies.com

 

 

CONTATTACI
SEDE LEGALE

Via S. Quirico 264, int. 2 - 50013 Campi Bisenzio (Firenze)

TELEFONO

(+39) 055 360 562

ORARI

Lun - Ven / 9:00 - 18:00