Oggi affrontiamo un argomento che, a mio avviso, è ancora troppo poco dibattuto, ovvero, quello della disabilità e della genitorialità e per farlo abbiamo deciso di analizzare brevemente un testo autobiografico nel quale si cerca di spiegare in modo tanto semplice quanto efficace cos’è la dislessia. Il romanzo di Ugo Pirro, Mio figlio non sa leggere, è una testimonianza di un caso di dislessia e sulla profonda ignoranza e sottovalutazione che caratterizzano gli interventi delle strutture sociali e delle scuole. La dislessia, infatti, pur non essendo un handicap permanente, risulta più determinante di quanto si possa immaginare per la esperienza scolastica e la accettazione sociale che determina. Difatti, questa caratteristica dell'intelligenza dell'individuo può addirittura causare un profondo senso di inferiorità, che poi, può sfociare nell’infelicità durante l’infanzia, causando così una serie di effetti negativi, tutt’altro che trascurabili. Cominciai a osservare Umberto con un’altra attenzione, con ordine e insistenza quotidiana, racconta l’autore. Gli imposi a questo punto di leggere, di scrivere davanti a me, cercava di sfuggirmi ma io non glielo permettevo, volevo far presto, consideravo ogni ritardo colpevole e pericoloso, ogni giorno perduto poteva rendere impossibile il recupero. Così individuavo gli errori ricorrenti, li classificavo, ne calcolavo alla buona la frequenza. Gli errori erano per lo più sempre gli stessi, ma alcuni comparivano in certe parole e sparivano in altre. Certi suoni molli o strascicanti non riusciva a trascriverli, come se li percepisse diversi, né se li incontrava nelle pagine riusciva a pronunciarli, benché la sua dizione fosse corretta e, come ho detto, facesse addirittura sfoggio di una disinvolta loquacità, ricca di vocaboli, priva di accenti dialettali.

Invertiva generalmente alcune lettere: le vedeva rovesciate, come se leggesse in uno specchio. Leggeva e scriveva ad esempio la” b” come la “d” e la “d” come la “b”, scriveva la “s” come il “5”  rovesciati, ma non sempre.

Confondeva la “m” con la “n”, scriveva costantemente “o” e leggeva “a”, confondeva la “p” con la “f”, leggeva “schizzo” come se fosse scritto ”scizzo”, si impuntava davanti a molte parole. Sembrava ignorare alcuni suoni e non riusciva a proseguire se non glieli suggerivo.

Altre volte nella lettura sopprimeva certe consonanti, leggeva e scriveva “suola” invece di “scuola”, oppure invertiva una lettera, leggendo così “pirgione” dove era scritto “prigione”. Invertiva anche intere sillabe creando dei sillogismi buffi, né sentiva gli accenti e se pronunciava correttamente delle parole accentate, non faceva mai il segno di accentazione sull’ultima vocale; leggeva parole a metà e altre le completava sbagliando, inventandole.

Non leggeva, decifrava, non una volta per sempre, ma per quella sola volta, come se si trovasse davanti a migliaia di geroglifici appena dissepolti, uno diverso dall’altro. Niente gli restava scolpito nella memoria, tutto sembrava passare e allontanarsi dietro le sue spalle.

Lo sforzo che faceva era sempre il doppio di quello che ogni bambino compie per leggere. Ecco perché non riusciva a ricordare le tabelline di Pitagora.

Per me ogni scoperta era una frustata che doleva sotto la carne più giù delle ossa. Fu un lungo esercizio di volontà, un seminario segreto e individuale sul mestiere di padre, ma soprattutto un’esperienza che mi ha segnato per sempre.

È ovvio che da questo breve estratto del romanzo trapela dispiacere, ma credo che sia sorprendente vedere con quanta franchezza, naturalezza e soprattutto con quanto amore un padre descrive il proprio figlio e le sue caratteristiche senza vergognarsi di parlare dei dubbi e timori causati dall’ handicap.

 

 

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