Quando si parla di donne e di disabilità spesso ci si concentra sulla patologia e ci si dimentica della forza di volontà che le contraddistingue in quanto donne. Per questo, da donna e da mamma con una disabilità motoria, ho voluto intervistare Flavia Capelletti, l’ideatrice dell’associazione “Il filo creativo di Flavia”. Una donna forte, generosa e sensibile e che ha saputo tirar fuori il coraggio e la determinazione, nonostante le difficoltà.

Flavia, potresti parlarci un po’ di te, delle tue passioni dei tuoi interessi? Quando hai capito che quello che sai fare poteva essere utile anche ad altri?

Le  mie passioni sono molteplici, amo tutto quello che si può creare con le mani, dal decoupage, alla pittura, ai lavori con la carta, creare collane ecc… Ho cominciato per scherzo: una delle mie fisioterapiste da piccola mi disse che mi avrebbe fatto bene svolgere lavori manuali, per aumentare la manualità leggermente compromessa dalla tetraparesi spastica. Già dalla scuola elementare, le maestre mi suggerivano esercizi e laboratori per migliorarmi, poi con l’andare del tempo ho scoperto che mi piaceva, dipingevo  sulle cose che avevo a casa, ritagliavo le figure che mi piacevano dai giornali per appiccicarle altrove. Ad un certo punto, per non riempire tutta la casa, cominciai a regalare i miei pasticci agli amici.

Come è nata l’idea dell’associazione “il filo creativo di Flavia~ Onlus”, di cosa si occupa principalmente? Quali sono i progetti e le attività organizzate tramite l’associazione? Qual è il progetto a cui tieni di più e che siete riusciti a realizzare con successo?

La svolta è stata quando, finita la scuola, un caro amico mi coinvolse in una missione umanitaria. Servivano medicine salvavita per un ragazzo che non  poteva permettersele e lui stava facendo una colletta per l’acquisto. Io, con qualche altro amico, decisi di allestire un banchetto con i miei lavori per raccogliere una piccola cifra, che si rivelò poi sufficiente ad acquistare una scatola di farmaci. Questa cosa mi piacque molto: non solo le mie creazioni erano state apprezzate, ma avevo influito positivamente sulla vita di qualcuno, proprio grazie ad una mia passione. Inutile dire che ciò mi diede parecchia soddisfazione. Alcune mie creazioni avanzarono, cosi decisi di fare altri banchetti per aiutare qualcun altro (di certo non sarebbero mancate le persone bisognose al mondo).

Questo fu l’inizio del “filo creativo di Flavia” che poco dopo venne costituita come onlus, dando vita ad una lunga serie di sogni realizzati, aiutando chi era in difficoltà, ma anche me stessa. Posso dimenticarmi spesso di essere disabile, perché di problemi peggiori del mio ne ho toccati tanti con mano.

Adesso sono passati 13 anni dalla costituzione dell’associazione, e quasi 20 dal primo banchetto, e anche se ci siamo ingranditi, aiutando non solo in Italia, ma anche all’estero (Siria, Brasile, Africa e Marocco), siamo rimasti semplici. Il nostro banchetto alle fiere, oggetti creati rigorosamente a mano, per i quali si può dare un’offerta libera da devolvere in beneficenza. Con gli anni sono aumentati anche i collaboratori che creano per il “filo” e mi piace l’idea di essere stata d’esempio.

Uno dei motti del “filo” è “far rinascere le cose per far rinascere le persone”.

La maggior parte degli oggetti che proponiamo è realizzata con materiali da riciclo; esiste un forte legame tra le cose e le persone, un filo, appunto. Molte cose vengono considerate “rifiuti” ma se si dedica loro tempo ed energia, possono diventare oggetti molto carini  e funzionali, di uso quotidiano facendo del bene alle persone e all’ambiente. 

Lo stesso vale per le persone, le quali spesso quando hanno bisogno di aiuto, ma vengono messe ai margini della società, se però, gli si dedica attenzione, possono essere messe in condizione di diventare una risorsa per la collettività. Di progetti in questi 13 anni ne abbiamo sviluppati molti, ma non ne ho uno in particolare a cui tengo di più, ogni persona è un progetto fantastico e aiutarla è sempre la realizzazione più bella. Amo in particolare i bambini, ma spesso aiutare un bambino significa aiutare anche mamma e papà.

Pensi, come donna che ha una disabilità, che sia importante portare avanti l’inclusione sociale dei disabili anche tramite questi progetti di aiuto e partecipazione alla collettività collaborando in un’associazione?

Penso che nessuno sappia fare tutto da sé, fa parte della natura umana la collaborazione con gli altri: nessuno si salva da solo.

Indipendentemente dall’essere disabile o meno, tutti meritano di essere messi in condizione di poter dare il meglio di sé facendo quello che gli riesce meglio. Non tirare fuori il proprio talento, è uno spreco molto più grave dello spreco di risorse materiali.

Il motivo per cui non ho voluto aiutare solo disabili con il filo, è proprio per non voler creare differenze tra persone. Siamo persone che si aiutano tra loro, e anche chi riceve aiuto può ricambiare, facendo qualcosa per qualcun altro ed è bello che lo faccia.

Concludo ringraziandoti e vorrei chiederti se c’è qualcosa che vorresti suggerire a chi ci legge e soprattutto a chi si sente, in questo particolare momento storico, molto sfiduciato per la propria situazione e per il futuro?

A chi è disabile mi viene da dire: “nessuno di noi è il nostro handicap”. 

A volte non è facile conviverci, ma possiamo fare tante cose comunque e non permettere alla nostra patologia di prendersi la parte più bella e importante di noi. E, visto che il mondo si è fermato per più di un anno, mi piacerebbe che per certi versi ripartisse diverso da come lo abbiamo lasciato: senza più differenze tra disabili, abili, gli altri e noi. 

Ognuno di noi, è l’altro per qualcuno, indipendentemente da come si muove e fa parte di questo mondo, tutti indistintamente abbiamo il compito di lasciarlo migliore di come lo abbiamo trovato. Se proprio non potremo cambiare il mondo, possiamo cambiarlo per una persona alla volta.

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Foto e interviste autorizzate.

Samanta Crespi

 

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