felicemente seduta” è uno di quei libri che non ti aspetti.

La prefazione è affidata a Marina Cuollo, scrittrice e speaker radiofonica, nonché attivista molto conosciuta che sui social si occupa di discriminazioni e pregiudizi legati al mondo della disabilità fisica.

Rebekah Taussig, l’autrice, attraverso le pagine di questo suo libro ci prende per mano e ci porta dentro il suo mondo, il suo vissuto che poi è un po’ anche il nostro, quello di tutti, non solo delle persone con una disabilità. 

Sì, perché se è vero che la prospettiva è quella di Rebekah, una giovane donna con disabilità, è anche vero che queste pagine, queste riflessioni sul modo di percepire gli altri, il mondo, i diversi “corpi” riguardano tutti, non solo chi ha gli stessi dubbi e difficoltà di Rebekah, ma anche chi si approccia dal di fuori alla disabilità, non percepita come propria, ma vissuta come condizione indiretta.

Come donna prima, come donna con disabilità nel mezzo, e come mamma con disabilità infine, non ho potuto restare del tutto obiettiva leggendo queste pagine.

La scrittura di Rebekah è fluida, è scorrevole, sa dire le cose giuste nel modo giusto, senza pietismi o banalizzazioni, ma è innegabile che, per chi, come la sottoscritta, vive una condizione simile a quella della scrittrice, il racconto delle sue esperienze, dalla più piccola, alla più importante risuona dentro come una enorme campana. Certe parole scritte lì, nero su bianco, producono un frastuono assordante, poiché avrebbe potuto dirle o pensarle ognuna di noi (qui mi riferisco a donne e nello specifico a donne con disabilità fisiche, ma è evidente che chiunque può sentir risuonare un ricordo familiare leggendo tra i capitoli), ma spesso non se ne ha il coraggio, oppure si pensa che il nostro vissuto non interessi allo stesso modo di quello di chiunque altro con un corpo “abile”. Mentre scorrevo tra le righe e segnavo citazioni da ricordare, mi dicevo continuamente: “sì, è proprio così che mi sono sentita”. Oppure: “questa esperienza l’ho vissuta identica, sono io!”.

Ecco, questa consapevolezza da un lato fa male, perché è come rivedersi allo specchio e legittimare ciò che abbiamo subìto dall’infanzia fino all’età adulta, in maniera più o meno inconsapevole; dall’altro, come dice anche Marina Cuollo, nella prefazione al libro, è un sollievo rendersi conto di non essere sole, di non essere una goccia nell’oceano, ma che ci sono tante altre nella nostra situazione (di nuovo mi rivolgo ad un pubblico femminile, perché questo è il mio punto di vista, ma ovviamente questo vale per chiunque si sia mai sentito escluso dalla società, o facente parte di una minoranza), tante persone, tante donne che hanno dovuto intraprendere volenti o nolenti un lungo e tortuoso percorso di accettazione di sé in primis e poi di comprensione e di lotta silenziosa e, spesso impari, di una società che si impone su tutto ciò che è diverso minimizzando, semplificando, banalizzando, rendendo tutto più difficile a chi ha una disabilità.

Come persone disabili siamo spesso vittime di pregiudizi, di incomprensione dovuta per lo più all’ignoranza di tutto ciò che categorizza i rapporti tra le persone, e ciò che riguarda il corpo e il valore che diamo ad esso.

Viviamo in una società dove il valore si misura con i canoni estetici di eterna giovinezza, perfezione e performance, siamo immersi in un abilismo di fondo di cui ci rendiamo conto e spesso lo interiorizziamo per anni, convincendoci che solo essere sani, normali, produttivi, con corpi scattanti e sempre giovani siano un valore. L’unico valore.

Cos’è l’abilismo? 

Ce lo spiega bene Rebekah quando scrive: “l’abilismo è il processo che favorisce, feticizza e costruisce il mondo attorno al corpo che in linea generale viene immaginato e idealizzato, mentre discrimina quei corpi percepiti muoversi, vedere, sentire, elaborare, funzionare, guardare in modo differente o avere bisogni diversi rispetto a questa visione. Spesso, più grande è la diversità, maggiore è la discriminazione. In altre parole, l’abilismo è una possibile risposta del perché una giovane ragazza si vede preziosa come una principessa una settimana e si sminuisce nella vergogna e nel disprezzo di sé quella successiva.

Qui Rebekah si riferisce alla sua percezione di sé nell’infanzia dove si immaginava come le principesse e le sirene della Disney, così come spesso si vede in tv (e questo immaginario ha condizionato e condiziona bambine di tutto il mondo e di tutti i tipi), salvo poi rendersi conto che il suo corpo (essendo disabile fin da piccola) non era mai stato conforme a quello che tutti si rappresentano, in un mondo dove il camminare ed essere carine secondo determinati canoni estetici sembra essere determinante.

Ho cominciato a tagliare la mia metà inferiore in ogni foto. Se non la vedevo, potevo fingere che non esistesse.

Chi di noi con un corpo “non conforme” non si ritrova in queste parole? Questo fastidio, questa vergogna ci viene e resta dentro perché manca la rappresentazione di ciò che è la disabilità nei corpi.

Quante ragazze si vedono sui media che abbiano una disabilità fisica evidente? La rappresentazione dominante dell’universo femminile, quasi sempre esclude la disabilità.

Anche io che ho una paralisi cerebrale infantile dalla nascita ci ho messo anni per riuscire a guardarmi allo specchio a figura intera senza provare fastidio, o a fare delle foto senza sentire l’urgenza di togliere di mezzo quello che credevo essere la parte “poco giusta” di me.

Questo perché davvero crediamo che per essere inclusi in questa società, dobbiamo cercare di nascondere, mascherare o vincere le nostre disabilità e difficoltà per essere più vicini agli standard dei corpi adatti. (L’abilismo interiorizzato è difficile da contrastare, ma anche da riconoscere, per chi ci ricresciuto dentro).

Non riuscivo neppure a immaginare una storia d’amore tra una persona paralizzata e un partner che può stare in piedi. Come si potrebbero abbracciare? Camminare insieme per strada? Ballare? Mettersi in posa per una foto? Non l’avevo mai visto.”

Ecco l’altro aspetto dell’essere una donna disabile: la doppia discriminazione o esclusione, se vogliamo vederla così. 

La disabilità fisica evidente fa sì che molti disabili vengano percepiti come persone da assistere, sfortunate, nel peggiore dei casi asessuate.

Invece ciò che racconta Rebekah descrive proprio la realtà, la difficoltà di immaginarsi in una relazione affettiva/amorosa, pur avendone diritto e bisogno, come tutte le altre persone.

Le cose stanno piano piano cambiando, ma occorre pensare che ancora una coppia in cui uno dei due è disabile e l’altro no, fa notizia, fa scalpore, fa sensazione.

Come se non dovesse essere la normalità per una persona disabile innamorarsi, o per una persona normotipica scegliere come compagna una persona disabile.

Non è normale, perché ancora si pensa che la disabilità sia un ostacolo, una croce, oppure un’occasione di riscatto per chi vuol far del bene.

Alzi la mano chi non si è mai sentita dire: “che bravo tuo marito, compagno ecc... che si sacrifica per stare con te”. Come se non fosse lontanamente possibile innamorarsi e provare attrazione fisica verso una persona disabile, per chi non lo è.

È una logica distorta di cui siamo vittime tutti e le parole di Rebekah sintetizzano perfettamente ciò che io ho sempre pensato, ma non sono mai riuscita ad esternare con altrettanta lucidità e precisione: “l’idea che camminare lungo la navata al matrimonio sia ovviamente preferibile a percorrerla in sedia a rotelle; la convinzione che ascoltare un audiolibro sia automaticamente inferiore all’esperienza di leggere un libro con i propri occhi; l’aspettativa che una persona non disabile, che sceglie come partner una disabile, sia necessariamente coraggiosa, forte e particolarmente di buon cuore; l’idea che qualcuno che riceve l’assegno di disabilità dia un contributo minore alla società rispetto a chi lavora a tempo pieno; il film che mostra una persona disabile la cui più grande battaglia è il suo stesso corpo e alla fine insegna al personaggio principale non disabile (e al pubblico) come apprezzare la sua vita meravigliosa. Sono tutti flash della stessa struttura oppressiva. L’abilismo separa, isola, dà per scontato. È affamato di immaginazione, creatività e curiosità. È alimentato dalla paura. Ci opprime, tutte e tutti.

Per questo motivo, e per il fatto che molte cose, leggendole, mi sono accorta che le sapevo già, erano sempre state lì, davanti a me, ma erano sopite, schiacciate da tanti anni di “dover essere”, “dover fare”, “dover dare”, consiglierei la lettura di questo libro a tutti, non solo a chi la disabilità la indossa da sempre come un abito un po’ stretto, e dal quale vorrebbe ogni tanto un po’ di tregua.

Il risveglio e la consapevolezza di quanta strada c’è ancora da fare, sono un primo passo, piccolo certo, ma necessario.

È doloroso guardare in faccia la realtà delle cose come stanno per le persone con disabilità, soprattutto per le donne, ma se non le iniziano a scrivere e a dire queste cose “scomode”, staremo sempre lì a rincorrere le ombre nella caverna credendo che siano le cose vere e giuste per noi. Quando invece il mondo è fuori alla luce del sole, che ci aspetta, uno scalino da spianare alla volta. Lo dobbiamo a noi stesse, agli altri che vivono questa situazione e ai nostri figli. Rivendichiamo il nostro posto nel mondo a pieno diritto.

L’obiettivo non è evitare di cadere o di avere bisogno di aiuto. L’obiettivo è essere visti, interpellati, creduti, valutati per quello che siamo, che ci sia permesso di esistere proprio in questi corpi, è essere invitati alla festa e incoraggiati a ballare in qualunque modo vogliamo.

Per informazioni e curiosità:

https://lepluralieditrice.net/rebekah-taussig/

(Foto autorizzate)

Samanta Crespi

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