Al contrario di quello che si può pensare sono diversi i libri, i film e le opere teatrali in cui si tratta il tema della disabilità o più in generale della “ diversità “ che è però una diversità intesa come unicità e quindi come valore anziché come handicap , oggi voglio parlarvi di Figli di un Dio minore di Mark Medoff, una famosa opera teatrale del 1980, il cui titolo originale è Children of a lesser God, ed è una singolare e tenera storia d’amore tra Sarah, una splendida ragazza sordomuta e James, giovane insegnante di un istituto per sordomuti che si innamora di lei fin dal loro primo incontro. Il suo amore, però, deve fare i conti con il mondo di Sarah che non parla e che non riesce a leggere il labiale e che, quindi, comunica soprattutto usando il suo bellissimo corpo.

Una volta venuti a conoscenza dell’amore nato tra Sarah e James, gli altri insegnanti dell’istituto, rimangono scandalizzati; così James decide di portare via con sé la ragazza dei suoi sogni, di iniziare a farle frequentare persone che “ci sentono” e di insegnarle a fare tantissime cose, tranne una: parlare. Infatti, perché l’amore tra i due giovani sia perfetto, occorrerà che James impari ad accettare con serenità i silenzi della sua amata.

«SARAH e JAMES.  Mi chiamo Sarah Norman Leeds, un nome che ho scritto con le mie dita più velocemente di quanto possiate pronunciarlo voi con la vostra bocca. Perciò, non mi tratterrò più a lungo di quanto farei se parlassi o se, come sempre succede, qualcun altro parlasse per me. (James finisce qualche momento dopo di lei)

JAMES Bene. Va proprio bene.

SARAH e JAMES Per tutta la vita, sono stata l’espressione di altra gente. La prima cosa che ho imparato a capire è stata che tutti dovevano sentirci, ma io non potevo e questo era male. Poi appresi che tutti dovevano essere brillanti, ma io ero ritardata. Poi dissero che, oh no, non ero ritardata in modo permanente, ma solo temporaneo e che per essere brillante dovevo fare l’imitazione della gente che possedeva fin dalla nascita tutto quello che una persona deve avere per essere a posto: orecchie che ci sentono, bocca che sa parlare, occhi che sanno leggere, cervello che capisce. Beh, il mio cervello capisce molte cose, e i miei occhi sono le mie orecchie. Le mie mani sono la mia voce e il mio linguaggio, il mio modo di esprimermi, la mia capacità di comunicare, sono notevoli quanto i vostri. Forse di più, perché io posso comunicarvi con un’immagine un’idea più complessa di quella che voi potreste spiegarvi reciprocamente con cinquanta parole.».

Tra le tante cose che c’insegna quest’opera credo che le più importanti siano due: la prima è che ognuno di noi trova o almeno dovrebbe riuscire a trovare il proprio equilibrio e la propria felicità tenendo sempre conto delle proprie caratteristiche e della propria singolarità che lo rendono differente da qualsiasi altro essere umano che pur essendo molto simile a lui, non sarà mai uguale, ma questo indipendentemente dalla disabilità. Il secondo messaggio che Medoff ci vuole trasmettere e che l’amore, quello vero, va oltre ogni cosa e che quando si ama si trovano soluzioni e non problemi.

 

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