Amsterdam è diventata la capitale mondiale della mobilità ciclistica (perché non ci si nasce, ma ci si diventa) e di come altre città, spesso molti anni più tardi, abbiano seguito il suo esempio. Ma il tema delle ciclabili si presta ad essere affrontato anche da un altro punto di vista, quello delle persone con disabilità. Avere una corsia protetta dove poter pedalare senza fermarmi e senza rischiare la pelle fa comodo. Ma, spesso, in città non sono considerate se non intorno al parco. Per non parlare delle ciclabili che finiscono sul marciapiede dove magari nel mezzo c’è un palo della luce. Spesso la progettazione delle ciclabili non tiene conto delle esigenze delle persone con disabilità e questo rappresenta un enorme problema che non le rende accessibili.  Anche per le ciclabili bisognerebbe utilizzare uno standard tarato sulle persone disabili: se ci passo io ci può passare chiunque, altrimenti se la ciclabile non mi dà la possibilità di accedere e di uscire facilmente in autonomia diventa una trappola. Quello che per una persona normodotata è un semplice scalino per una persona con disabilità è una barriera insormontabile.  Parlando di ciclabili in Italia il paragone con un Paese più avanzato ciclisticamente come l’Olanda è scontato, lì le ciclabili oltre a rappresentare una rete connessa sono molto utilizzate anche dalle persone con disabilità proprio perché ci si riesce a spostare da soli, in autonomia.  Il mondo del cicloturismo è un settore in crescita, vero, ma ancora lontano dai grandi numeri e dunque ogni buon proposito resta di rimanere tale. In Italia, l’hand-bike “bicicletta a mano” (disciplina riconosciuta dalla Federazione Italiana Sport Disabili) raccoglie tanti appassionati che si sfidano in vere e proprie gare di ciclismo e su strada o che vogliono godersi un bike tour giornaliero, superando i propri limiti e le barriere esterne.

Piero D.M.

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