Recentemente ho letto un articolo molto interessante riguardante la cura dei disabili nell’Età della Pietra, perciò vorrei raccontarvi con questo mio articolo quello che ho scoperto e alcune riflessioni in merito.

E’ stato ritrovato a Grotta di Romito, in provincia di Cosenza, uno scheletro di un giovane adulto vissuto circa 12.000 anni fa che, probabilmente a seguito di una caduta, ha subito la paralisi della parte sinistra del corpo. Non essendo più abile alla caccia, nel suo stato, senza l’aiuto del gruppo, non sarebbe potuto sopravvivere a lungo.

Dagli studi degli archeologi sul suo scheletro è stato invece rilevato che non solo è sopravvissuto diversi anni, ma si è reso anche utile alla comunità utilizzando, fino alla radice, i denti - che erano rimasti l’unica cosa sana e forte del suo corpo – per lavorare legni teneri o canne che gli altri componenti del gruppo probabilmente utilizzavano per fare cestini o stuoie.

Gli archeologi hanno chiamato lo scheletro di questo uomo preistorico “Romito 8”, e la sua scoperta ha dimostrato che gli uomini dell’Età della Pietra si prendevano cura dei disabili, documentando l’organizzazione delle prime realtà sociali, dove per la primissima volta nella storia dell’uomo prendevano vita parole, oggi tanto usate, come “inclusione”, “partecipazione” e “condivisione”.

La scoperta risale a molto tempo fa, al 1961, ma gli studi sui reperti continuano ancora oggi: infatti, le ossa ritrovate sono state sottoposte a indagini scientifiche computerizzate e ad analisi del Dna, utilizzando sistemi di ricerca avanzati. Le indagini sul "Romito 8" verranno pubblicate quest’anno su una rivista scientifica specializzata.

Questa notizia mi ha reso molto felice: fin da bambina, quando il mio maestro delle elementari ci faceva studiare la storia, mi ha spesso parlato della storia delle mie ossa – avendo io una disabilità motoria - facendomi ragionare sul fatto che dal mio scheletro, in un futuro lontano, ipotetici archeologi avrebbero scoperto la mia difficoltà nel camminare. Fino alla lettura di questo articolo non avevo mai pensato alla parte sentimentale delle mie ossa contorte dalla disabilità.

Mi piace pensare alle persone primitive come persone dotate di sensibilità; a stento riuscivano a sopravvivere con la caccia e la pesca, ma allo stesso tempo erano disponibili a prendersi cura di “Romito 8”, dimostrando grande senso di responsabilità e reciproco rispetto.  Naturalmente, non si può dire con certezza se allora si trattò solo di un istinto sociale che fu parte della naturale selezione umana o un legame empatico per i propri simili, ma mi piace molto immaginarlo.

Simona Bagnoli

Fonte: https://www.unifimagazine.it/

foto: (da Facebook)

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