Si sente sempre più spesso parlare della “fatica” delle donne, nello specifico delle madri e della loro difficoltà a conciliare l’impegno dell’accudimento dei figli piccoli e della famiglia con la produttività in ambito lavorativo.

La situazione dell’emergenza covid-19 di certo non ha aiutato, ma in verità la questione della “baby fatica” era presente anche prima. Leggendo un articolo in merito scritto da Enrica Maria Ferrara, una mamma, ma anche una studiosa in ambito accademico, salta subito all’occhio che ovviamente il problema è quello di riuscire a conciliare le energie per i figli, a quelle richieste in un lavoro in cui quello che conta è la produzione scientifica e accademica di un certo spessore.

Ovvio che se si hanno figli piccoli tutto si complica e scrivere o redigere ricerca in maniera efficace diventa un’impresa titanica. 
Nell'articolo di Enrica Maria Ferrara docente presso la School of Languages, Cultures and Linguistics dell'University College Dublin, si legge:

Mio figlio aveva solo tre anni quando ho avuto l'esperienza più surreale. Stavo lavorando a una traduzione accademica. Erano le 2 del mattino, ma avevo scadenze imminenti che si sovrapponevano: un documento per la conferenza da scrivere, diverse lezioni da preparare, un articolo da rivedere e una traduzione da completare. […] Nonostante l'ora tarda, ho preso la mia email e ho inviato una richiesta all'autore italiano del capitolo che stavo traducendo. "Lo vedrà domattina", pensai. Un minuto dopo, la sua risposta è apparsa nella mia casella di posta. Erano le 3 del mattino in Italia. Mi spiegò che la notte era preziosa per lei. Solo allora è stata in grado di concentrarsi completamente sulla sua ricerca, senza dover pensare ai bambini.

Io sono iscritta all’università, ad una laurea specialistica e, per completare il ciclo mi manca solo la redazione della tesi e la discussione. Come tante altre mamme, studentesse, o studiose accademiche, ho dovuto mettere in pausa tutto da più o meno 4 anni, cioè da quando è nata mia figlia. Perché la verità è che se non si hanno aiuti o sostegni seri alla genitorialità è praticamente impossibile portare avanti lo studio o il lavoro con costanza e produttività.

Sempre Enrica Maria Ferrara riporta: “Come madre e accademica che da alcuni anni lavorava in modo precario, sono rimasta scioccata. Quindi non c'era luce alla fine del tunnel? Le madri accademiche saranno sempre fatte sentire diverse, anche dopo aver raggiunto la cattedra? È stato a causa di una carenza di politiche adeguate a sostegno delle donne che volevano diventare madri o di un pregiudizio sistemico contro le donne nel mondo accademico? La recente valanga di articoli di sensibilizzazione sull'impatto che le responsabilità di cura hanno avuto sulle donne accademiche durante la pandemia di Covid-19, generalmente trascura il fatto che la discriminazione e i pregiudizi nei confronti delle madri non sono solo causati dai vincoli contingenti della pandemia. D'altra parte, ammettiamo che costruire un sistema veramente equo implichi la generazione di politiche adeguate che tengano conto delle esigenze dei lavoratori vulnerabili, che potrebbero richiedere più tempo e risorse per ottenere risultati. [...] La mancanza di politiche in questo settore – o la loro mancata applicazione – è probabilmente dovuta a una sottorappresentazione delle madri nei posti chiave di leadership. Ma le conseguenze sono diventate evidenti durante la pandemia.

Personalmente donna, studentessa e mamma con una disabilità, concordo con Ferrara e trovo davvero assurdo che, in Italia ad oggi, da un lato ci sia una certa pressione al crearsi una famiglia, al fare figli, (quest’anno l’Italia sarà ai suoi minimi storici in quanto a crescita demografica), ma a tutto ciò non corrisponde un adeguato riconoscimento e supporto delle donne e questo non solo a livello economico, ma appunto di sostegno.

È utopico volere una donna che sia produttiva ed efficace sul lavoro e sullo studio e nello stesso tempo riesca ad accollarsi il carico di gestione dei bimbi piccoli, diciamo nella fascia 0-3 anni.

È vero che in una famiglia ci sono anche mariti, compagni, padri che potrebbero prendersi carico in egual misura della gestione dei figli, ma c’è anche da specificare che in Italia, in periodo Covid-19, ma anche pre-pandemia, gli uomini lavorano tanto e di più delle donne e sono pagati in maniera proporzionalmente maggiore, quindi è piuttosto facile capire chi dovrebbe rinunciare al lavoro o allo studio per stare con la prole.

Le università di tutto il mondo sono impegnate a licenziare personale precario, soprattutto donne e donne di colore . In una nota che è stata successivamente ritirata a causa della costernazione globale, la Florida State University ha avvertito i suoi dipendenti che, se avessero lavorato da casa, avrebbero dovuto fornire la prova di disporre di adeguate disposizioni per l'assistenza all'infanzia. Anche in epoca pre-coronavirus, la “fatica del curare il bebè” era già una dura realtà della vita accademica. Nella “nuova normalità”, pare, la situazione sia anche peggiore . Puoi avere un lavoro o un figlio. Se vuoi entrambi, preparati a sacrificare la tua salute fisica e mentale.

Resta comunque la speranza che tutto cambi presto, e non con lo “Smart working” che, lungi da essere lavoro abile è solo “tele lavoro” mascherato con un nome altisonante, ma con una presa di coscienza dello stato e della società rispetto a tutto quello che possono dare e fare le madri, tutte le madri, anche quelle che hanno una disabilità e ancora devono lottare contro pregiudizi anche solo per trovarlo un lavoro.

Fonte:

https://www.timeshighereducation.com/blog/baby-penalty-was-not-born-coronavirus?fbclid=IwAR1gjv11v5HG8-_zx07llu04YKT6ITiyidEJZGPAyqx-07EOpzMoO0i8AIc

(Immagini proprie o libere)

Samanta Crespi

 

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