In un articolo del CORRIERE DELLA SERA, Danilo di Diodoro fa notare come nel pieno dell’emergenza Coronavirus, oltre a tutte le altre preoccupazioni, si presenta anche la necessità di fare i conti con il senso di solitudine che molti provano di conseguenza alle misure di contenimento del virus. Come tutti sappiamo nei momenti di difficoltà si cerca rifugio nella vicinanza e nella condivisione, nell’affetto dei nostri cari e soprattutto delle persone a cui si vuole bene. Invece proprio nel momento di solitudine si è costretti a una distanza fisica, per una protezione reciproca ma che non potrà mai essere una distanza affettiva.
L’autore ci ricorda che è bene prepararsi a confrontarsi un po’ con la sensazione di solitudine, cercando di capirla, perché se è vero che può avere effetti negativi, allo stesso tempo può rappresentare un momento di arricchimento personale. In questi momenti si ha la possibilità di sviluppare nuove abilità destinate ad affrontare sentimenti di solitudine, il che dovrebbe essere comunque un obiettivo di tutti, perché si tratta di abilità che torneranno utili prima o poi nella vita. Se certamente è vero che la società contemporanea ha generato le condizioni generali per le quali è stata possibile la diffusione del Coronavirus a livello mondiale, è altrettanto vero che la stessa società oggi mette a disposizione strumenti di nuova socialità che le generazioni precedenti non hanno mai avuto a disposizione: computer, internet e social media, come Facebook, Instagram, Twitter, WhatsApp, ecc.
Siamo d’accordo su tutto questo. Ma dobbiamo altresì considerare che la solitudine genera anche forme di stress tali da gettare chi è solo nell’ossessione, come sottolinea la Società italiana di psicologia. L’epidemia di solitudine, rischia di essere uno degli effetti collaterali peggiori della pandemia di coronavirus. Lo è perché, a differenza dello stesso virus, può colpire chiunque: l’aspetto psicologico può gravare sulla persona anziana tanto quanto sull’adolescente, che per motivi disparati può essere predisposto a diventare una persona “a rischio”. Una situazione come quella che sta riguardando l’Italia – e in generale tutti i paesi del mondo – è molto problematica dal punto di vista psicologico. Per diversi motivi. Prima di tutto, nella fase iniziale i primi casi accertati, e quindi isolati e in quarantena, potevano sviluppare una sorta di senso di colpa: “Non avrei dovuto frequentare quella persona” o “Non sarei dovuto andare in quel posto”. Ora, invece, la quarantena è collettiva e i rischi riguardano tutti, in particolare chi è più solo. “C’è chi sta male, c’è chi – essendo alle prese con un nemico invisibile – finisce con il vederlo dappertutto e rischia di cadere totalmente dentro un processo ossessivo”.
Il risultato è una situazione di forte stress che grava sui singoli. Lo stress cronico e duraturo porta all’aumento di cortisone, un ormone chiave dello stress. È inoltre collegato ad alti livelli di infiammazioni nel corpo. Questo danneggia i vasi sanguigni e altri tessuti, aumentando il rischio di malattie cardiache, diabete, artrite, depressione, obesità e morte prematura. Preoccupa anche la salute mentale di medici e sanitari impegnati in prima linea, a contatto tutti i giorni con la morte. “E per tanti, la difficoltà a gestire il trauma della perdita di persone care, non essendo possibile dare l’ultimo saluto ai propri defunti in un momento di solidarietà collettiva”.
L’emergenza causata dall’epidemia da Covid-19 è doppia quando si vive già in emergenza. Magari da una vita. È la condizione delle persone con disabilità. In Italia si calcola – secondo il rapporto Istat del 2019 – che siano oltre due milioni le famiglie che hanno al loro interno una persona disabile grave. «Famiglie che già vivono in una semiclausura, in una situazione di deprivazione relazionale» . Solo che adesso quella situazione già di per sé grave, è ulteriormente peggiorata, con la chiusura dei centri diurni, delle scuole e anche con l’impossibilità dell’assistenza domiciliare. In questa situazione di abbandono e solitudine, sarebbe stato necessario un sostegno economico, ricomprendendo i caregiver nelle misure straordinarie messe in campo per le famiglie. E invece nulla. Nel decreto Cura Italia c’è solo l’estensione dei permessi in base alla legge 104, nessun voucher temporaneo o altri interventi. «Nonostante gli annunci sul fatto che nessuno sarebbe rimasto indietro, ancora una volta le famiglie con disabilità sono sempre più dimenticate», dice il presidente Confad.


Sandro Gianneramo caregiver

Fonti: La solitudine al tempo del coronavirus. E le nuove opportunità - Corriere.it
Coronavirus e solitudine, gli psicologi: Chi è solo rischia di cadere nell'ossessione (fanpage.it)
Alessandro Chiarini, presidente di Confad, Coordinamento nazionale famiglie con disabilità
Essere disabile, e caregiver, al tempo del coronavirus | Left

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