Rispetto al passato viene quindi data molta più importanza alla dimensione sociale della disabilità che secondo questo approccio, ormai consolidato, può essere considerata una manifestazione grave dell’incapacità di una società di assicurare l’uguaglianza alle persone con problemi di salute. Quante sono le persone disabili in Italia? Quali sono le tipologie di disabilità più diffuse? Quali le principali conseguenze sugli aspetti della vita come scuola, lavoro e vita sociale? La mancanza di dati certi è un grosso problema di cui associazioni, fondazioni, esperti ed esperte discutono da tempo e a cui ISTAT, l’istituto nazionale di statistica, sta cercando faticosamente di rimediare. La legge di Bilancio approvata alla fine dello scorso anno ha aumentato i soldi destinati al fondo per le politiche per le persone con disabilità: dai 300 milioni di euro previsti per il 2022 si è passati a 350 milioni all’anno fino al 2026, che servono a finanziare molti servizi indispensabili dedicati anche alle persone che eventualmente le assistono. Uno dei limiti principali dei dati che riguardano le persone con disabilità è la definizione stessa di disabilità. Le regioni nelle quali il fenomeno è più diffuso sono l’Umbria e la Sardegna. Secondo il Modello Sociale la disabilità è il risultato di un’interazione tra il livello di limitazione individuale fisica o sensoriale o cognitiva o mentale e il contesto di vita. La disabilità è dunque in gran parte una conseguenza di fattori sociali: se il contesto è poco accessibile o inclusivo, la disabilità aumenta. La disabilità in Italia costituisce ancora largamente un ostacolo ad accedere alle tappe fondamentali di una vita considerata “normale”, tutte cose sancite come diritti dalla Costituzione: il lavoro, l’istruzione, la mobilità e la libera circolazione ed utilizzo dei luoghi pubblici.

Piero D.M. 

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