Vorrei sottoporvi una mia riflessione in base a una situazione recente che mio malgrado ho dovuto affrontare: non esiste solo il covid; i disabili e le famiglie dei disabili vengono spesso dimenticate; la regione Lombardia non è quella eccellenza nella sanità che fanno credere.

Purtroppo delle volte la vita non va come vorremmo e si accanisce su chi ha già qualche grattacapo senza bisogno di aggiungerne altri, o come si suol dire “piove sempre sul bagnato” e non in senso positivo e di abbondanza.

Ho una disabilità motoria dalla nascita e sono anche una mamma, quindi già sono una funambola nelle giornate di tutti i giorni per cercare di farcela e non cadere, tenere insieme i fili della famiglia e della vita, come fossero trame di un romanzo che è il mio, ma di cui non conosco né la storia né il finale.

Ebbene in un recente capitolo della nostra vita, già un po’ complicata, è capitato un incidente domestico a mio marito. Un qualcosa che poteva essere molto grave, ma che per fortuna si è risolto, per lui, con molto dolore al lato destro del corpo e una costola rotta.

Tralasciando lo spavento personale mio, vi racconto questo per parlarvi del trattamento che gli hanno riservato al pronto soccorso della mia città, dove ovviamente causa protocolli covid nessuno può stare oltre il paziente, né io (che comunque dovevo seguire mia figlia a casa), né mio suocero che lo ha accompagnato.

È stato accettato alle 11 del mattino e dimesso alla 1 di notte. Nel lui mezzo aveva il cellulare quasi scarico e non aveva mangiato, né aveva con sé acqua, cibo, o caricatore del cellulare (ovviamente andando di corsa, nessuno pensava che sarebbe stato lì più di 12 ore).

Tanto per cominciare hanno fatto un errore nel triage, poi ha avuto uno svenimento per la mancanza di cibo e acqua ed è stato trattato anche a male parole. 

Nel pomeriggio gli ho fatto recapitare il caricabatterie, nessuno però gli ha caricato il telefono, quindi immaginatevi di essere a casa e alle 19 di sera, dopo ore, non avere notizie.

Ho chiamato il centralino dell’ospedale quattro volte per farmi passare il numero del pronto soccorso, dicendoci essere la moglie e non avessi modo di comunicare con lui. Mi è stato detto in malo modo di richinare più tardi che il numero era occupato. Questo finché non ha chiamato mio suocero che facendo la voce grossa ha ottenuto subito di parlare con la dottoressa, mentre io assolutamente no. E qui ci sarebbe da aprire una grossa parentesi, e mi vien da pensare che p ad essere gentile e ad essere donna si viene sempre discriminati. 

Mio marito è stato dimesso all’una di notte, quando a noi era stato detto che sarebbe rimasto in osservazione fino al mattino.

Nessuno però si è premurato di avvisarci, pur sapendo che lui non aveva modo di chiamare per farsi riaccompagnare a casa, se non a piedi.

Non credo sia una cosa normale dimettere una persona dal pronto soccorso, in condizioni da codice giallo, senza avvisare nessuno e senza sincerarsi che la persona venga assistita da qualcuno.

La cosa non è finita: due giorni dopo, mio marito in preda a forti dolori al braccio destro (che in pronto soccorso non aveva avuto), mi chiede di chiamare la guardia medica, essendo notte.

La dottoressa al telefono mi prescrive un antidolorifico più forte che non avevamo in casa. E qui viene il motivo della mia rabbia e perplessità.

Chiedo se possono portarmelo al domicilio, la dottoressa risponde che se mio marito non è in pericolo di vita loro non escono a visitare. Mi suggerisce di andare in farmacia, ma io ovviamente non posso, non solo per la distanza da fare a piedi, e di notte, ma anche perché non potevo lasciare la bimba da sola a casa con mio marito così sofferente. Mi viene suggerito di chiedere a qualcuno, ma io non ho amici, vicini di casa o parenti a cui chiedere per reperire questo farmaco.

chiedo alla farmacia di turno se possono consegnarmi farmaci, spiegando che è una situazione di emergenza e non posso recarmi lì vista la mia condizione di disabilità e la bambina piccola a casa. Purtroppo mi viene risposto che il servizio di consegna farmaci è attivo di giorno, ma non di notte. Mi consigliano di chiamare l’ambulanza, ma anche in questo caso l’unica cosa che avrebbero fatto sarebbe stato portare mio marito al pronto soccorso e basta. Quindi se una persona ha bisogno di un farmaco di notte, o ha qualcuno che se lo va a prendere o si arrangia. 

Come è possibile che nella civilissima città di Varese non esista un servizio di aiuto e consegna farmaci che intervenga in queste situazioni in cui si è impossibilitati fisicamente a recarsi in farmacia di notte?

È successo a me che ho disabilità motoria e mi serviva per mio marito, ma poteva accadere a chiunque,  anche ad un anziano che vive solo e che non ha nessuno. Le persone possono stare male anche di notte, per questo esiste il servizio di continuità assistenziale, o almeno io così credevo.

Come ho risolto? Ho chiamato il taxi e ho chiesto loro di ritirare la medicina al posto mio in farmacia e consegnarmela al domicilio pagando sia il farmaco che la corsa del taxi.

Mio marito ora sta un pochino meglio e  ci vorrà tempo per migliorare, ma oltre alla preoccupazione che ho per lui, ora c’è anche la rabbia e il senso di frustrazione di sentirsi sempre l’ultima ruota del carro, come donna, come persona con disabilità e come cittadina.

Non esiste solo il covid, esistono tante altre situazioni e malattie o incidenti, e sarebbe giusto essere tutelati e sarebbe doveroso avere adeguati servizi di assistenza sanitaria, altrimenti non ha senso riempirsi la bocca di tante belle parole e aggettivi per descrivere il sistema sanitario Lombardo, quando poi i risultati sono questi e, alla fine, ci si debba sentire soli e abbandonati o, peggio, di troppo.

 

(immagini libere o proprie)

Samanta Crespi

 

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