Per inaugurare il mese di maggio, vi propongo la consueta intervista per la rubrica "paralisi cerebrale infantile: una patologia, tante storie", questa volta a raccontare, e a raccontarsi, sarà Annarita Sirignano, donna e avvocato con tanti sogni e progetti per il futuro.

Ciao Annarita, raccontaci qualcosa di te. Dove vivi? Lavori? Come è stata la tua infanzia, il tuo rapporto con la disabilità? Quanto l’avere una paralisi cerebrale infantile ha influito sulle tue scelte di ragazza e di donna adulta?

Ho 31 anni e vivo con i miei genitori a Mirabella Eclano, in provincia di Avellino. 

Sono avvocato. Collaboro, a partire dal 2018, con case editrici giuridiche, occupandomi della redazione di commenti a sentenze e contributi dottrinali prevalentemente in materia penale.

Il mio rapporto con la disabilità non è sempre stato facile. 

A causa dei danni celebrali riportati alla nascita, non ho equilibrio e non riesco a deambulare senza ausili.

Ho fatto fatica, soprattutto durante l’adolescenza, ad accettare il fatto che parte del mio corpo potesse sfuggire al mio controllo. Inoltre, essendo molto introversa, ho sofferto a dover chiedere aiuto per svolgere attività anche banali.

Non nego che avere una paralisi celebrale abbia influito, nel bene e nel male, su quasi tutte le mie scelte. Come ripeto sempre, senza il mio “difetto di fabbrica” non sarei la stessa Annarita.

Mi fa male ricordare quanto spesso, specie nei piccoli paesi di provincia, la disabilità motoria sia impropriamente accostata a quella psichica. Mi è capitato più volte, da bambina, che le persone, accorgendosi della mia andatura “incerta”, iniziassero a comportarsi come se avessi un deficit cognitivo.

Ho deciso di impegnarmi molto nello studio proprio per sfuggire a tali atteggiamenti. Sono sempre stata perfezionista ed estremamente severa con me stessa.

Ancora oggi, sebbene il rapporto con la disabilità sia migliorato, fatico a sentirmi soddisfatta dei traguardi raggiunti e sento l’esigenza costante di fare di più per dimostrare il mio valore.

Indubbiamente, la disabilità ha avuto un ruolo determinante nelle mie scelte lavorative.

Avendo vissuto sulla mia pelle il peso delle barriere architettoniche e mentali, ho capito presto che avrei voluto schierarmi dalla parte delle minoranze e lottare affinché nessuno dovesse subire discriminazioni. In tal senso, il mio interesse primario non poteva che essere il diritto.

Non nego, tuttavia, che mi sarebbe piaciuto studiare anche medicina o psicologia (pur avendo altri obiettivi a breve termine, non escludo del tutto l’eventualità di prendere una seconda laurea in futuro).

Sul piano personale, gli anni del liceo sono stati un po’ critici.

Mi sono spesso sentita diversa e messa da parte; è capitato che i miei compagni di classe mi facessero pesare la mia condizione o che ragazzi a cui ero interessata respingessero le mie attenzioni con frasi del tipo “sei anche bella, ma non riuscirei ad essere me stesso con te”.

Non intendo accusare nessuno né è mia abitudine serbare rancore (sono fermamente convinta che abbiano agito più per immaturità che per cattiveria).

Credo, però, che la scuola e la famiglia possano e debbano fare ancora tanto per educare i giovani alla diversità.

Fortunatamente, con il trascorrere del tempo, ho iniziato a relazionarmi con gente più matura (sono estremamente selettiva nelle frequentazioni) e le cose sono cambiate.

Sono fidanzata da 9 anni e mi accorgo che anche amici e colleghi ormai attribuiscono pochissimo peso ai miei problemi motori.

È stato difficile per te intraprendere il tuo percorso di studi? Che difficoltà pratiche hai incontrato? Hai trovato persone che ti supportavano o che, al contrario ti hanno fatto pensare che non ce l’avresti potuta fare?

Ad essere sincera, non ho avuto grandi difficoltà pratiche nel portare avanti il percorso di studi.

Grazie alla mia determinazione - e al costante aiuto dei miei affetti - sono riuscita a raggiungere negli spazi interni un grado di autonomia abbastanza buono. Con l’ausilio di un deambulatore, ho sempre potuto spostarmi agevolmente nelle aule e nei corridoi universitari.

Sia il personale che i colleghi sono sempre stati estremamente comprensivi e disponibili nei miei confronti.

Ricordo che, a fronte di un guasto all’ascensore, i tecnici si sono attivati subito e hanno risolto il tutto in poche ore.

A causa della mia patologia, ho difficoltà a scrivere velocemente tanto a mano quanto al pc. Non è mai mancato, neppure una volta, qualcuno che si sia offerto di prestarmi i suoi appunti.

Tra quei banchi ho trovato l’amore e molte amicizie solide, che durano tuttora. Credo siano stati i miei “anni più belli”.

L’unico rimpianto è, forse, quello di non aver sperimentato, per paura, la vita da fuorisede.

Sono stata vittima di pregiudizi solo una volta, in occasione del mio esame di diritto ecclesiastico.

Ricordo che la docente, al momento di decidere il voto, nonostante avessi risposto correttamente a tutte le domande e potessi già vantare una media molto alta, affermò: “Certe persone vanno aiutate”. 

Ci rimasi malissimo ed ebbi la tentazione di chiedere di ripetere l’esame con una commissione diversa. Non lo feci.

Ancora oggi, torno spesso con la mente a quell’episodio.  Temo che qualcuno possa considerare i miei risultati immeritati e dettati da un atteggiamento compassionevole.

Nel profondo, però, so quanti sacrifici abbia fatto e credo che non sia giusto dare a estranei il potere di toglierci la fiducia in noi stessi.

Quell’episodio, per quanto doloroso, mi ha spinta ad andare avanti e dare sempre il massimo.

So che hai avuto una brillante carriera universitaria in ambito giuridico, ma che hai dovuto rinunciare alla carriera in magistratura per colpa di regole concorsuali troppo stringenti e in qualche modo “abiliste”. Purtroppo viviamo in un mondo che ci considera poco meritevoli, al più possiamo essere un peso, come qualcuno che chiede cambiamenti o adattamenti che spesso la società non vuole attuare. C’è secondo te qualcosa che si può fare per combattere questa realtà abilista che ci vuole tutti perfetti, produttivi, performanti, in corpi “sani”, soprattutto nel mondo del lavoro, qualcosa per far sì che l’inclusione e la considerazione delle persone con disabilità e delle loro aspirazioni e carriere non rimangano solo parole sulla carta?

Purtroppo, la modifica delle modalità di svolgimento delle prove scritte del concorso in magistratura è stata ed è, per me, un colpo davvero duro: è triste constatare come, nel dimezzare le ore a disposizione dei candidati, non si sia tenuto minimamente conto delle esigenze di chi, a causa di patologie neurologiche, ha difficoltà a scrivere velocemente.

Ancora oggi, nonostante il netto miglioramento della situazione sanitaria e la cessazione di gran parte delle restrizioni, non si è avuto un ritorno alle tempistiche tradizionali.

Per quanto sia brutto da dire, credo che chi si trova ad avere responsabilità di governo tenda con troppa facilità a dimenticarsi delle minoranze.

Forse, poi, la società non è ancora pronta all’idea di un magistrato disabile.

Penso che l’unica soluzione efficace possa essere quella di farsi sentire, di non arrendersi, di lottare, con ogni mezzo e senza paura, per far valere i propri diritti.

Io stessa non ho esitato a raccontare l’ingiustizia subita: ho rilasciato due interviste che hanno ottenuto una risonanza enorme, di gran lunga superiore a quello che avrei potuto immaginare.

Non è stato semplice esporsi, metterci la faccia e mostrare a tutti la mia andatura e i miei difetti.

Le critiche e i commenti anonimi, carichi di odio, non sono mancati.

Ho però incontrato il favore di esponenti politici, magistrati e candidati diversamente abili che, pur vivendo le mie stesse difficoltà, non avevano avuto la forza di “alzare la voce”.

Al prossimo concorso - forse, in minima parte, anche per merito mio - le ore a disposizione dei candidati saranno cinque e non più quattro. Non è sicuramente un intervento radicale e risolutivo, ma mi fa piacere pensare che ognuno di noi, pur essendo una piccola goccia nell’oceano, possa dare un minimo aiuto per “cambiare il mondo”.

Hai qualche progetto personale o lavorativo che ti sta a cuore e che vorresti portare avanti e realizzare nel prossimo futuro?

Sul piano lavorativo, non nego che la professione forense - per quanto bella e stimolante - sia poco adatta al mio modo di essere. Una parte di me non riesce a rinunciare del tutto al sogno di diventare magistrato. Non so quando, ma sicuramente ci riproverò. 

Nel frattempo, sto cercando di immaginare nuove strade. Ho sostenuto di recente un concorso pubblico, risultando tra gli idonei, e - pur non essendo il lavoro dei miei sogni - non mi dispiacerebbe trasferirmi in una città più grande e mettermi in gioco in un settore per me nuovo.

Ho sempre amato scrivere e, chissà, magari un domani potrei far sì che la mia passione diventi uno strumento che mi consenta di abbattere qualche stereotipo sulla disabilità.

In realtà, in quest’ambito, sono in attesa di risposte, ma, da buona meridionale, preferisco non anticipare nulla per scaramanzia.

Sul piano personale, il mio obiettivo è quello di poter presto iniziare una convivenza.

Per concludere, ringraziandoti, vorrei chiederti se c’è qualcosa che vorresti dire ai lettori del blog, un consiglio o un’esperienza importante che ti senti di condividere?

Ai lettori diversamente abili vorrei dire di non avere timore di mostrarsi deboli. La vita a mobilità ridotta è dura: ci può stare di avere paura, di essere disorientati; vi capiterà di cadere, di perdere il controllo, di passare un pomeriggio - o più di uno - a piangere in disparte. Va bene così: nessuno è invincibile. 

So che non è facile, ma non fate come me: non sentitevi in dovere di essere sempre al top, non avete nulla da dimostrare a nessuno. Non esitate a chiedere aiuto a un professionista se ne sentite il bisogno.

Ah, un’ultima cosa… scappate subito - a gambe levate! - da chi proverà a far leva sui vostri punti deboli per affermare la sua forza: avere una paralisi celebrale non è una colpa e non dà agli altri il diritto di mancarvi di rispetto, non avete proprio nulla per cui farvi perdonare.

(Foto e interviste autorizzate)

Samanta Crespi

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