In Italia quasi 3,1 milioni di persone, pari a circa il 5,2% della popolazione italiana, hanno una disabilità, vivono cioè una condizione patologica fisica o psichica che rende più difficoltoso il normale svolgimento delle attività quotidiane, l’affettività e l’interazione sociale. Eppure, molte di queste persone, nonostante la condizione svantaggiata lavorano, studiano, intrattengono relazioni e cercando di sviluppare la loro sfera affettiva e sessuale, rivendicandone diritto a pieno titolo. Il bisogno affettivo, relazionale e sessuale accomuna qualsiasi individuo indipendentemente dallo status sociale e dal gusto personale, ma questo non risulta essere così ovvio per chi è affetto da disabilità, pur provando pulsioni sessuali. Questo perché le persone normodotate, non abituate a percepire come normale una condizione fisica differente dalla propria, investono i soggetti disabili di pregiudizi e stereotipi. La persona disabile, infatti, viene spesso vista dagli altri come un individuo asessuato, fragile, tenero, un eterno infante bisognoso di cure.  Se una persona disabile è accompagnata da una persona normodotata raramente viene in mente agli osservatori che possa trattarsi di una coppia sentimentale. È più facile, per molti, intendere le attenzioni non come sentimento, coinvolgimento emotivo e fisico verso il disabile, ma solo come aiuto materiale offerto da assistenti personali. È molto frequente che il marito o il compagno, così come la moglie o la compagna del disabile, vengano visti come familiari o badanti.

Nel sentire comune l’eros e la disabilità vengono nettamente separati, come se il disabile si dovesse sempre accontentare di sublimare l’amore, come se fosse incapace di esprimersi anche dal punto di vista del bisogno del piacere e del desiderio, e che la menomazione impedisse alla persona di provare a raggiungere gli stessi piaceri fisici, escludendo del tutto l’atto sessuale. Ancora oggi la sessualità dei disabili resta un tabù, basti pensare come sia stato difficile in passato anche per i cosiddetti “normodotati” ai quali veniva negato di esprimere le proprie pulsioni anche in tarda età. D’altronde la società moderna è basata su modelli di perfezione e bellezza lontani dalla vita di molti e ciò rende ancora più ardua e in salita l’accettazione del “diverso”, ancor più se la persona porta con sé difficoltà fisiche o psichiche.

Ma questi stereotipi hanno poca attinenza con la realtà. L’errore che si compie spesso è quello di soffermarsi su un singolo aspetto della persona, quello più evidente: la menomazione, la mancanza, rimuovendo emozioni, abilità sviluppate, desideri. Si tratta quindi di considerare l’unicità dell’essere umano pensando ad una sessualità su misura, che non si basi quindi esclusivamente sull’atto sessuale come mera prestazione, ma che tenga conto dei limiti di ciascuno, sia fisici che emotivi.

Questa tematica per molti anni è stata taciuta, quasi si provasse vergogna: si pensi a come la storia e la vita politica e sociale non abbiano mai reso giustizia e dignità a tante vite esteticamente e fisicamente “diverse”. Le persecuzioni razziali includevano, infatti, anche l’eliminazione di persone disabili, ciò ha indotto a istituire un certo canone di bellezza e normalità che escludesse ogni “bruttura”, ogni deviazione da quella definita “perfezione”, anche se tale non è.

Solo successivamente, con alcune leggi ad hoc, il diversamente abile è stato investito di tutele giuridiche ed economiche e finalmente considerato come individuo a tutto tondo. Ecco che anche il tema della sessualità è diventato argomento pubblico e degno di attenzione da parte dal legislatore: il famoso “diritto alla sessualità”.

Già dagli anni ‘60 in Europa, Germania e Paesi Bassi la sessualità in relazione alla disabilità diviene oggetto di discussione e si introduce una figura professionale capace di garantire questa pratica intesa come diritto: l’assistente sessuale.

In Italia l’assistente sessuale (anche conosciuto come operatore all’emotività, all’affettività e alla sessualità, OEAS) è stata introdotta solo di recente, anche se l’iter burocratico per riconoscere questa figura come tale, è ancora in corso. Vi è, infatti, un Disegno di legge (Legislatura 17- Disegno di legge n.1442) che è il risultato di una consultazione tra giovani affetti da distrofia muscolare di Duchenne e Becker e Max Olivieri, uno dei soci fondatori del Comitato LoveGiver che si batte in per la sua piena attuazione. Se verrà approvata, consentirà alle persone disabili, con il supporto dell’operatore, a sperimentare l’esperienza erotica, sensuale e/o sessuale nelle sue diverse sfaccettature. La strada che porterà ad una vera e propria trasformazione culturale in tal senso è ancora lunga, ma il fatto che i media, ad esempio, pongano l’attenzione sul diritto alla sessualità nella disabilità, e se ne discuta, è un piccolo passo in avanti sia per il disabile, che per le famiglie che lo assistono. Si auspica per il futuro una maggiore consapevolezza ed attenzione sia del legislatore, sia della società tutta, nel considerare le persone con disabilità esseri umani come tutti gli altri, liberi di vivere appieno la loro sessualità.                                   

Giovanna Lombardi

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