Il 25 novembre si celebra la Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne.

In occasione di questa ricorrenza vorrei parlare di quello che mi accade in quanto donna e in quanto donna con disabilità.

L'indagine su questo fenomeno fatta da VERA 2 (Violence Emergence, Recognition and Awareness, realizzata in collaborazione con Differenza Donna), lascia numeri sconfortanti:

Delle numerose partecipanti, i 486 questionari completati riguardano donne dai 18 ai 99 anni, prevalentemente l’età è compresa fra i 31 e i 60 anni e le intervistate provengono dal Nord d’Italia, più dell’80% ha un diploma o una laurea e il 37% ha un’occupazione.

I tipi di violenza analizzati sono 4:

fisica, psicologica, sessuale ed economica, anche se molti quando pensano a violenza prevale l’idea di quella fisica o sessuale sul resto.

La violenza psicologica è la tipologia più diffusa (51,4%), messa in secondo piano rispetto a quella fisica (14,4%) o sessuale (34, 6%), l’ultima è quella economica (7,2%).

Per quanto riguarda l’autore della violenza, nella metà dei casi (50,8%), è vicina alle vittime, è un conoscente (15,7%), uno sconosciuto (13,2%), un collega (11,8%) o una persona che si occupa della donna con disabilità o in ambito sanitario o sociale (8,6%). Un dato interessante è che sono donne e uomini gli autori della violenza (45 e 47%) e dimostra che esiste una differenza fra persone abili e disabili e una cosiddetta violenza “abilista” nei confronti delle persone con disabilità, un tipo di violenza ancora difficilmente riconoscibile e dimostrabile.

Proprio su quest'ultimo parametro dello studio vorrei soffermarmi: La violenza “abilista” può essere difficilmente identificabile, ma ferisce ugualmente come tutti gli altri tipi di violenza, soprattutto se interviene su una persona più fragile, o che per via della disabilità non può o non ha abbastanza carattere o forza per difendersi e subisce.

Nel corso della mia vita purtroppo ho subito quasi tutte le tipologie di violenze elencate sopra, tranne forse quella economica (anzi, sono io che gestisco in maniera pragmatica e precisa le entrate di tutta la mia famiglia ora).

La forma di sopruso che fa più male, ora che sono adulta, oltre alle ferite psicologiche che mi restano, dovute agli insulti e bullismo subiti a scuola, con l’unica mia colpa di essere “femmina” e “disabile”, è appunto la violenza abilista, proprio perché subdola, invisibile e in qualche modo anche accettata e introiettata dallo stesso disabile. 

È talmente radicato in molte di noi donne disabili il senso di inadeguatezza, il pensiero di non essere abbastanza, la costante pressione di dover fare di più per essere riconosciute come persona al di là della condizione di disabilità che, spesso, neanche ci accorgiamo di quello che ci viene detto o fatto subire volontariamente o per “cultura” dalle persone abili. Con questo non voglio accusare nessuno, non è una battaglia la mia dove c’è un “noi” e un “loro”. La mia vuole essere una constatazione personale di ciò che spesso mi succede e di come me ne accorgo sempre con un notevole scarto di tempo, rispetto alla violenza abilista subita, in poche parole non la vedo se non me la fanno percepire gli altri. E credo che, come me, siano in tante.

Faccio degli esempi pratici:

  • quando siete dal medico o in ospedale con un accompagnatore e, invece di rivolgersi a voi che siete le persone interessate, si rivolgono al vostro accompagnatore /famigliare; come se voi non contaste nulla, foste invisibili. Mi è capitato molte volte: l’ultima che ero incinta di mia figlia.
  • Quando parlate con qualcuno per prendere qualche decisione importante è quella persona da per scontato che voi dobbiate consultarvi con qualcun altro e che non possiate decidere di testa vostra solo perché donne o persone con disabilità
  • Quando al telefono sentono la vostra voce da donna, magari un po’ giovanile, state chiedendo informazioni e non vi danno retta, soprattutto se dite che avete una disabilità e vi serve urgentemente una risposta. Mi è da poco capitato con mio marito al pronto soccorso: al telefono non mi hanno dato informazioni, lo hanno fatt solo nel momento in cui ha parlato mio suocero.
  • Quando danno per scontato che  siccome avete una disabilità e siete donna non siete interessate a lavorare o ad avere una carriera lavorativa o un ruolo di prestigio.
  • L’ultima, ma non meno importante è quella che riguarda la famiglia. Molte persone pensano che una donna con disabilità non debba aspirare ad avere una famiglia o dei figli, perché se già viene assistita essa stessa come può pretendere di prendersi cura di un eventuale figlio. In più a questo si somma la violenza verbale che magari insinua che futuro bambino/a non sarà mai felice, autonomo e realizzato perché ha una madre con una disabilità. 

Chi è donna e ha disabilità subisce una doppia discriminazione: come donna e come disabile. Da donna vive la mancanza di pari opportunità, come disabile vive la mancanza di partecipazione alla vita sociale e vive, dunque, un abuso doppio ed è esposta a un doppio rischio.

Tutte queste situazioni di violenza le ho subite personalmente, e non sono l’unica, siamo in tante a subire e molte tacciono per paura di tirarsi dietro altra violenza o pregiudizio, ma sarebbe proprio ora di dismettere l’abito del silenzio e della vergogna e iniziare a parlare, a farci sentire. Anche più forte se serve, non lasciar correre, perché tanto si è sempre fatto così...

Non solo il giorno 25 novembre, ma ogni giorno. La nostra voce può fare la differenza e dare coraggio a chi ancora resta nell’ombra per paura di denunciare.


Fonte:

https://www.fishonlus.it/progetti/multidiscriminazione/azioni/files/Report_VERA_2.pdf

 

(Immagini libere o proprie)

 

Samanta Crespi

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